Il parere degli esperti

Per avere una quadro completo del problema a cui stiamo andando incontro, ci siamo rivolti ad alcuni esperti per poter affrontare la questione nel migliore dei modi. In particolare ci siamo rivolti ad uno psicoterapeuta, Raffaele Rea, ed una studentessa di psicologia, Fabiana Navarro. Ecco quali sono stati i loro consigli.

COLLOQUIO CON RAFFAELE REA, psicoterapeuta:
Ciao Raffaele ,
noi siamo i Lumaga, un giovane gruppo di ragazzi che hanno come obiettivo abbattere i pregiudizi di genere. Essendo tu uno psicoterapeuta, come potrebbe aiutare la psicoterapia in questi casi?

Raffaele: In casi come questi la psicoterapia può essere molto utile. Personalmente, non ho mai assistito a casi del genere ma posso darvi comunque qualche consiglio. Partiamo dal presupposto che la psicoterapia, in questi casi, aiuta il soggetto a lavorare su se stesso. L’obiettivo, quindi, è permettere alla persona in questione di riuscire ad adattarsi alla società. Lo psicoterapeuta, o lo psicologo, non possono operare su tutta la società, quindi tende ad operare sul soggetto.

In che senso non si opera sulla società ma sul soggetto?

Raffaele: È semplice. È impossibile cambiare tutta la società, perché bisognerebbe prendere le persone una ad una e far capire che non devono esserci pregiudizi. Concorderai con me che è abbastanza impossibile. Su questo proposito, il mio lavoro, e quello dei miei colleghi, è quello di permettere al soggetto in terapia di riuscire ad abbattere quei pregiudizi che gli vengono inculcati, dalla famiglia o dalla società stessa.

Cosa succede quindi se il problema deriva dalla famiglia?

Raffaele : Si potrebbe pensare ad una terapia in due ma io prediligo solitamente quella singola. Quando il problema deriva dalla famiglia, bisogna anche tener conto dei limiti soprattutto economici presenti nel nucleo familiare. A volte, purtroppo, non basta soltanto la terapia e quindi bisogna capire che si potrebbe non essere tagliati per ciò che si vorrebbe fare. A questo punto, si può trovare un compromesso tra il paziente e i suoi familiari, che permetta di superare questo problema. Ciò che a me sta a cuore è la felicità del mio paziente. Se il suo desiderio è anche la causa del suo dolore, allora forse la strada che lui vuole intraprendere non è quella giusta.

Stai dicendo, quindi, che bisogna anche saper mollare?

Raffaele : Hai centrato in pieno il punto. È sbagliato pensare che “arrendersi” sia qualcosa di strettamente negativo. Spesso bisogna fare i conti con le proprie capacità e in particolar modo con la propria felicità. Ci sono molte persone che conosco che avrebbero voluto diventare dei calciatori ma hanno fatto tutt’altro nella vita, eppure sono felici comunque.

Se invece il problema deriva dalla società come bisogna agire?

Raffaele : Se il problema deriva dalla società bisogna intervenire sul soggetto. Lo specialista non può operare sulla società perché è impossibile cambiare ogni soggetto affinché la pensi come il mio paziente. A quel punto se il suo obiettivo è un peso e provoca determinati malumori probabilmente è il suo stesso sogno il problema. Come ho già detto prima, arrendersi non significa mollare la vita ma significa che bisogna lasciar perdere quella circostanza.

Grazie mille Lello per i tuoi consigli.

Raffaele : Grazie a voi ragazzi. Ci tengo a precisare che però non voglio che le mie parole vengano fraintese. Non bisogna comunque mollare a prescindere nella vita perché credere nei propri sogni è qualcosa di poetico. Dico soltanto che a volte è la strada che tieni meno in considerazione che può sorprenderti.

COLLOQUIO CON FABIANA NAVARRO, studentessa di psicologia:
Ciao Fabiana, tu sei una studentessa di psicologia giusto?! A che anno sei?
Fabiana: Ho già superato la triennale.

Tenendo conto del nostro tema quale credi sia il miglior modus operandi in casi del genere?

Fabiana: Beh, casi del genere non li ho mai trattati nello specifico. Vi posso comunque direi come farei in questi casi, considerando che non sono una professionista abilitata. Probabilmente il modo migliore è iniziare con il paziente un percorso per puntare al raggiungimento dei propri obiettivi. Il paziente deve entrare in contatto con i propri desideri autentici e imparare a credere nelle proprie capacità. In particolare deve acquisire auto-efficacia.

Cosa intendi per “auto-efficacia”

Fabiana: L’auto-efficacia è la consapevolezza che i tuoi comportamenti portano a degli obiettivi. In breve, sei tu stesso a crearti il tuo futuro.

E che tipo di percorso dovrebbe affrontare il paziente?

Fabiana: Un percorso stimolante e soprattutto progressivo. Non bisogna portare il paziente direttamente verso ciò che lui desidera, ma c’è bisogno di un raggiungimento dell’obiettivo in modo graduale. Avvicinarsi al punto d’arrivo passo per passo, attraverso semplici azioni che permettono al paziente di spingersi, seppur di pochissimo, oltre.

Quali credi che siano le cause scatenanti di determinati problemi?

Fabiana: Ci sono diverse motivazioni. Alla base potrebbero esserci problemi familiari, sociali o persino economici. A seconda dei casi c’è un grado di difficoltà.

Quindi questo tipo di percorso non è infallibile?

Fabiana: Esattamente. Il solo lavoro di un esperto non è necessario al raggiungimento dell’obiettivo prefissato. C’è bisogno di una spinta da parte del paziente che sceglie di intraprendere questo tipo di percorso. Deve avere soprattutto una forte personalità e una grande motivazione alla base per poter raggiungere il proprio obiettivo.

Grazie mille Fabiana per averci concesso parte del tuo tempo

Fabiana: Di nulla. Grazie a voi.

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